Carabiniere esposto all’uranio impoverito: sarà risarcito dal ministero dell’Interno

Carabiniere esposto all’uranio impoverito

Carabiniere esposto all’uranio impoverito – Ha sconfitto la malattia ed è riuscito ad avere la meglio in sede giudiziaria. Una vicenda che sa di rivalsa quella di un luogotenente dei carabinieri vicentino, in servizio in Friuli, che dopo sette anni di dura battaglia legale è finalmente stato riconosciuto «vittima del dovere» dal tribunale di Pordenone, per essere stato esposto all’uranio impoverito quando era in missione in Kosovo. E sarà risarcito dal ministero dell’Interno.

Il carabiniere, 52 anni, era stato colpito da una grave forma di tumore alla tiroide, risolto grazie ad un intervento (la tiroidectomia totale) e a cure farmacologiche che si sono rivelate vitali all’ospedale di Udine.

Una patologia che, fin da subito, il militare ha fatto ricondurre all’esposizione all’uranio impoverito mentre era di stanza nei Balcani. «Sono stato in missione a Pristina – le parole del protagonista di questa vicenda, che preferisce restare anonimo -, ed è lì che sono venuto a contatto con questa sostanza. L’uranio impoverito si deposita sul terreno, come polvere, e si solleva quando si cammina.

Le bombe lanciate dall’aereo Thunderbolt hanno un rivestimento supercorazzato, che permette la perforazione del blindato: all’interno di quel rivestimento c’è uranio impoverito, che una volta a contatto con il mezzo inquina automaticamente l’ambiente circostante».

Sconfitto il male, per il militare è quindi cominciata la battaglia legale, supportato dall’avvocato Andrea Bava del foro di Genova, un esperto nel campo delle cause legate agli effetti di questa sostanza. Una causa che sembrava impossibile, ma alla fine a spuntarla in aula è stato il carabiniere. «Possiamo dire che si tratta di una sentenza che ha fatto storia – prosegue -.

L’iter che abbiamo voluto percorrere è stato qualcosa di molto lungo: tutto parte dal fatto che io ero sano prima del servizio, perché ero stato sottoposto a diverse visite per l’arruolamento e non era risultato nulla di anomalo».

Per dimostrare il nesso causale tra servizio e malattia, il 52enne si è affidato alla dottoressa Rita Celli, che ha disposto esami più approfonditi. «Sono stato seguito da un luminare della medicina al policlinico di Torino – spiega il militare -, il professor Claudio Medana, il quale mi ha sottoposto a particolari esami volti a ricercare i metalli pesanti nel sangue: sono stati trovati percentuali altissima di metalli, tra cui alluminio, uranio impoverito e persino oro.

Quello è stato lo scacco matto, perché non poteva essere frutto di una contaminazione subita quando ero piccolo».

Tra le altre cose, il carabiniere ha diritto a un indennizzo, un assegno di vitalizio mensile, un risarcimento di mezzo milione di euro e prestazioni sanitarie gratuite. «La verità è che io sono fortunato – conclude il carabiniere -, perché sono ancora vivo.

Tanti miei colleghi purtroppo sono deceduti, mentre altri non avevano i soldi per potersi permettere questo lunghissimo iter. L’uranio impoverito porta diverse patologie e io tutt’ora ho i metalli pesanti addosso, che nessuno potrà mai togliermi. Però, se qualcuno mi chiede del mio stato di salute, posso rispondere che sto bene».

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