Carabiniera trovata con cocaina in caserma: reintegratanel ruolo civile dal TAR

Scrisse con la penna sulla fronte di un carabiniere

Una complessa vicenda giudiziaria si è conclusa con una decisione destinata a far discutere: una carabiniera forestale, sorpresa con cocaina all’interno della caserma, è stata reintegrata nel Ministero della Difesa, ma con incarico civile e senza divisa.

A stabilirlo è stato il Tribunale Amministrativo Regionale dell’Emilia-Romagna, che ha annullato la sua rimozione definitiva dal servizio.

Il caso: droga e alcol in caserma

La donna, affetta da una patologia psichiatrica, era stata precedentemente riammessa al servizio armato.

Tuttavia, come riporta il quotidiano ILSECOLOXIX, il consumo di cocaina e alcol all’interno della caserma aveva portato alla sua destituzione dal ruolo militare e, successivamente, all’espulsione totale per “grave incompatibilità con il servizio”.

Il Ministero della Difesa aveva giudicato il comportamento inaccettabile, avviando il procedimento disciplinare.

Carabiniera trovata con cocaina in caserma: la sentenza del TAR

Il TAR ha annullato la sanzione, riconoscendo che il comportamento della carabiniera era legato alla sua condizione sanitaria e che aveva già intrapreso un percorso di riabilitazione.

I giudici hanno sottolineato l’esistenza di una correlazione scientificamente riconosciuta tra disturbi psichiatrici e uso di sostanze, e hanno ritenuto l’espulsione eccessiva e contraria al principio di tutela della salute del lavoratore.

La sentenza fa riferimento all’articolo 2087 del Codice Civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti. Inoltre, il TAR ha riscontrato un “difetto di motivazione” nel provvedimento disciplinare, in quanto non considerava adeguatamente la documentazione sanitaria e le memorie difensive presentate.

Violazioni procedurali e difetti formali

Secondo il TAR, la Commissione di disciplina avrebbe dovuto sospendere il procedimento per approfondire l’istruttoria, come previsto dall’articolo 1388 del Codice dell’Ordinamento Militare.

È stato inoltre rilevato un vizio procedurale legato alla firma digitale del provvedimento, che ne compromette la validità formale.

Le conseguenze della sentenza

Il Ministero della Difesa e il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sono stati condannati al pagamento delle spese legali, pari a 2.500 euro.

La donna non potrà più indossare l’uniforme, ma potrà continuare a lavorare nel Ministero come civile.

La decisione potrebbe essere impugnata, ma segna comunque un importante precedente in tema di tutela della salute mentale all’interno delle forze armate e di polizia, sollevando il dibattito sull’equilibrio tra disciplina militare e diritti del lavoratore.

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